Fiutare

Abbiamo reso l’olfatto un senso muto. Entriamo in una chiesa e sentiamo l’odore di incenso e cera, ma non lo nominiamo. Camminiamo in un bosco e sentiamo l’odore di terra bagnata e foglie morte, ma non lo raccontiamo. Mangiamo un piatto e sentiamo l’odore del sugo che cuoce da ore, ma lo ignoriamo perché siamo già concentrati sulla foto. L’olfatto è il senso che usiamo senza sapere di usarlo. È il più invisibile. E forse per questo il più potente.

L’olfatto è il senso della memoria. Nessun altro senso è così direttamente collegato ai ricordi. Un odore può riportarti indietro di quarant’anni con una violenza dolce che non ti aspetti. Il profumo del pane caldo ti riporta dalla nonna. L’odore della pioggia sulla terra asciutta ti riporta a un pomeriggio d’estate della tua infanzia. Il sentore di legno bruciato ti riporta al camino acceso la notte di Natale. L’olfatto non chiede il permesso. Entra. E il ricordo esplode.

 

E se invece iniziassimo a usare l’olfatto con intenzione? Se ti chiedessero di chiudere gli occhi e di annusare prima di assaggiare? Di respirare il vino nel bicchiere per dieci secondi interi prima di portarlo alle labbra? Sentiresti prima la frutta, poi i fiori, poi la terra, poi il legno. Il vino diventerebbe un racconto prima ancora di essere un sapore. Se ti chiedessero di annusare la terra dopo la pioggia? Quell’odore ha un nome: petricore. È l’odore dell’olio che le piante rilasciano durante i periodi di siccità e che la pioggia libera nell’aria. La natura ha un linguaggio. E l’olfatto è la chiave per ascoltarlo.

Esempio di itinerario per scoprire il mondo con questo senso:

OLFATTO– “IL PASSO DEL CERCATORE” (Canterano)

L’aria è ancora ferma, impregnata del profumo della notte, quando ti inoltri nei boschi intorno a Canterano. Il passo è silenzioso, guidato da un cavatore locale e dal suo cane. Non è una semplice camminata, ma l’ingresso in un antico rituale.

Il cane si muove davanti a te, il naso a terra, le orecchie tese. Annusa, ma è più di questo: fiuta. C’è una parola antica per quello che fa, un verbo che viene da lontano, dai tempi in cui l’uomo e il cane impararono insieme a leggere i messaggi nascosti nell’aria. Fiutare non è solo respirare. È seguire una traccia invisibile, è decifrare il bosco attraverso il naso, è sentire quello che gli occhi non possono vedere.

All’improvviso, il cane si ferma. Scava con una frenesia elegante, la coda che trema. Il cavatore sorride, si inginocchia, allontana la terra con le mani. E lì, sotto pochi centimetri di humus, il sottobosco rivela il suo segreto: un tartufo nero pregiato, dal profumo inconfondibile che racchiude tutti gli aromi del bosco. Muschio, foglie bagnate, legno, terra, sottobosco. Lo avvicini al naso e fiuti anche tu, come il cane, come l’uomo. In quel profumo c’è tutto.

Dopo la ricerca, si torna a valle. In una cantina di pietra del borgo, il tartufo appena trovato diventa il protagonista di una cena della tradizione. Lo grattugi con le tue mani su pasta all’uovo fatta in casa, e mentre il vino scorre e la musica popolare riempie la stanza, ti accorgi che il profumo del tartufo è ancora lì, attaccato alle dita. Lo sentirai per ore. Lo sentirai per giorni.

È il bosco che non ti lascia.